World War Z

World War Z
123 min

Brad Pitt, Matthew Fox, David Morse, Pierfrancesco Favino, Mireille Enos, David Andrews, Daniella Kertesz, Fana Mokoena, James Badge Dale.

Gerry Lane è in auto con la sua famiglia, nel traffico di Philadelphia, quando scoppia il caos. Orde di persone infette da un male sconosciuto si avventano su chiunque altro, contagiandolo in pochi secondi. Ex impiegato delle Nazioni Unite ritiratosi a vita privata, Lane accetta di tornare in servizio pur di mettere in salvo la propria famiglia su una nave del governo. Parte dunque alla ricerca del luogo del primo contagio, di scorta ad un promettente immunologo, nella speranza di isolare il virus e poter apprestare un vaccino.
La Plan B di Brad Pitt e soci ha scelto il libro di Max Brooks “World War Z: An Oral History of the Zombie War” per farne un blockbuster tutto adrenalina e clima da fine dei tempi. La “rabbia” famelica di cui sono portatori gli zombie (baluardi di un’interpretazione orroristica del concetto di “non morti”, laddove i vampiri sono ormai sempre più ripuliti e politicamente corretti) si diffonde nel film di Forster come una pandemia moderna e le tante inquadrature dall’alto ne sottolineano efficacemente lo spargimento capillare, come arterie di un unico mondiale organismo sociale che si colorano di rosso, sulle strade e sui monitor del potere, ridotto all’impotenza.
Meno efficace è la sensazione di compressione degli eventi, che s’affaccia a inizio avventura con l’eliminazione in quattro e quattr’otto dello scienziato (per lasciar campo libero a un Brad Pitt tuttofare) e ritorna in più punti, finale compreso. Dentro, sempre compressi ma riconoscibili, ci sono la tensione di Contagion, il ricordo di 28 giorni dopo, le sequenze pensate per le piattaforme di gioco di Resident Evil. Anziché spogliare World War Z di una sua identità, però, i tanti richiami esterni fanno pensare che la cifra del film dell’eclettico Forster si trovi proprio nella compresenza degli elementi: non c’è dramma senza azione, non c’è azione senza romance, né romance senza gore (anche se quest’ultimo è l’ingrediente usato con maggior parsimonia).
Le scene di massa si alternano meccanicamente a quelle che ritraggono il privato dell’eroe e, nonostante il tono epico e semiamaro del commento, fa presto capolino la sensazione che gli zombie siano ridotti a pretesto, burattini al servizio dell’immagine della star, avventura tra le tante di un padre di famiglia chiamato “suo malgrado” a salvare periodicamente il mondo. Ma sono dolci, vecchie ingenuità hollywoodiane, che in fondo non fanno male a nessuno. Sgradevole, invece, è il capitolo israeliano del film, nel quale si dà spazio a un’apologia del muro e a una banalizzazione della storia (nel riassunto dell’interlocutore di Brad Pitt) che, tra tanti tagli e stringimenti, sarebbero dovute cadere per prime.