Transformers 4 – L’era dell’estinzione

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Transformers 4 – L’era dell’estinzione

Transformers 4 – L’era dell’estinzione

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165 min

Mark Wahlberg, Stanley Tucci, Jack Reynor, Nicola Peltz, Sophia Myles, Kelsey Grammer, Titus Welliver, Bingbing Li, T.J. Miller, James Bachman, Thomas Lennon, Charles Parnell.

Cinque anni dopo i disastrosi eventi che hanno devastato Chicago, trasformandola in un campo di battaglia, la CIA ha segretamente deciso di mettere fine alla presenza dei Transformers sul suolo terrestre. Persino il leader degli Autobot, Optimus Prime, è costretto a nascondersi, almeno finché Cade Yeager, un inventore temerario ma sfortunato, finisce per ritrovarlo accidentalmente.
Può sembrare irriverente o provocatorio cercare tracce di un discorso meta-filmico nell’epopea robotica di Michael Bay, ma ripartire da una sala cinematografica in rovina, da un’immagine che dopo The Canyons di Paul Schrader è divenuta topos persistente, non è una scelta che appartiene al caso. Anche perché poco o niente appartiene al caso in un universo come quello di Michael Bay, guidato dalle esigenze commerciali o dall’ambizione di tenere saldamente in pugno il bisogno di cinema adrenalinico dei teenager. Persino gli scivoloni di sceneggiatura, sovrabbondanti nei 165 minuti di Transfomers 4, o gli accenni a derive filosofiche, che lasciano trapelare una cosmogonia dalle gerarchie ancora misteriose, sono perfettamente funzionali al procedere di una macchina che è mirabile anche nella sua imperfezione. Che deve inciampare, cadere a pezzi per poi ricomporsi, come Optimus Prime e i suoi Autobot, uniti nel masochistico tentativo di insegnare alla razza umana i valori che quest’ultima tende a dimenticare. Proprio Optimus ritorna sotto forma di rottame di una civiltà passata, nascosto nel luogo più sicuro perché più dimenticato: una sala cinematografica abbandonata, con locandine di western che rimandano a un’altra idea di America e di eroismo, sepolta dalla mediocrità che troppo spesso si accompagna al progresso. Il paradosso di un tentativo, per quanto abbozzato, di messaggio morale refrattario all’evoluzione tecnologica senza se e senza ma – apparentemente antitetico al concetto stesso alla base della saga Transformers – conduce Bay verso un’affascinante contraddizione, che sposta il focus dalla Trasformazione (ed Evoluzione, come sottolinea l’incipit che ancora una volta riscrive la storia, anzi la preistoria) alla Creazione, ovvero al non visibile, non comprensibile (e non filmabile) per eccellenza. A ciò che neanche la tecnologia più spinta e tridimensionale è in grado di spiegare. Gli umani dimenticano la materia di cui sono fatti nel tentativo di ricrearla, nel cinema come nella vita. Ma ci sono cose che non si possono conoscere né ricreare. Michael Bay affronta il mistero della creazione alla sua maniera, implicando che l’atto stesso di creare celi un sentimento egoista di possesso. È così per un padre troppo apprensivo e incapace di separarsi dalla figlia (antitesi del Willis di Armageddon), è così per un magnate geniale ma soffocato dalla hybris. E infine è così per quei misteriosi Creatori che, smarriti nell’immenso big picture del cosmo, finiscono per ignorare il dettaglio di vite e atti eroici come quelli di Optimus Prime e dei suoi nuovi amici umani. Il nucleo di Transformers 4 e il suo significato ultimo stanno qui, nell’unica evoluzione possibile dopo l’audacia iconoclasta del terzo eccellente episodio della saga.
Spiace che Bay si trovi costretto a nascondere il senso profondo dell’opera nel confortevole inganno della consuetudine, fatta di macchine iperveloci, ragazze succinte e patriottismi quasi macchiettistici, ma è parte del gioco e lo si accetta per questo. Come Steven Spielberg, di cui Bay rappresenta l’immagine rozza e meno elegante ma in fondo speculare, il regista di Pearl Harbor sa che è la coniugazione di entertainment e slancio concettuale, per quanto le percentuali siano diseguali, a rappresentare la forza del miglior blockbuster a stelle e strisce. Le citazioni colte restano, rivolgendosi forse a pochi, così come l’uso mirabilmente cinefilo di Hong Kong e delle sue location naturali, sfruttate attraverso duelli sviluppati verticalmente, tra balconi e condizionatori in caduta libera. Ma anche muoversi su più livelli di lettura e di target significa astuzia di marketing, al pari di dedicare pretestuosamente alla Cina e al suo crescente mercato una fetta consistente dell’opera: ma per Bay esigenze di business e di ricerca artistica, ancora una volta, non costituiscono un ossimoro.

max