1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (No Ratings Yet)
Loading...

La vita è bella

La vita è bella

life-is-beautiful1

Cast:
Horst Buchholz, Roberto Benigni, Giustino Durano, Nicoletta Braschi, Giuliana Lojodice

Guido Orefice, ebreo romantico nell’Italia di Mussolini, raggiunge ‘senza freni’ Arezzo. Assunto come cameriere al Grand Hotel sposa Dora, la principessa precipitata dal cielo e promessa a un grigio funzionario di regime. Dal loro amore, più forte delle discriminazioni e della propaganda antisemita, nasce Giosuè. Cinque anni dopo la situazione precipita e Guido e Giosuè vengono deportati. Condannati all’inferno, Guido oppone instancabilmente la forza del sogno all’incubo troppo reale dei campi di concentramento. Giorno dopo giorno convince il figlio che quello a cui assiste è soltanto un immenso gioco di ruoli in fondo al quale si vince un tank. Guido traveste l’orrore, lo adatta, lo dirotta perché il suo bambino non smetta mai di sognare.
Guido ha un dono raro. È capace di ridisegnare la vita, di farla più bella con la forza dell’immaginazione. Guido è un mago, com’è permesso di esserlo solo nelle favole o in un film che si azzarda a sfidare le leggi del realismo. Come si comporterebbe allora questo funambolo allegro e generoso in faccia all’orrore indicibile dei campi nazisti? Con esuberanza. Un’esuberanza che lascia costantemente sbalorditi protagonisti e spettatori. Cameriere al Grand Hotel di Arezzo, Guido semina un trambusto sovversivo che confonde i burocrati fascisti che lo incrociano. Perché Guido il fascismo non lo combatte frontalmente, si accontenta di metterlo in ridicolo alla prima occasione e in ogni occasione, sostituendosi a un ispettore mandato da Roma per tenere una lezione sulla superiorità della razza o al fidanzato fascista della sua principessa. Guido è un personaggio felice e inafferrabile, uno schlemiel formidabilmente capace di piegare a suo favore gli scacchi della sorte, di farsi gioco dei cattivi.
L’impertinenza gli si addice come l’ardore. E infatti la sola idea fissa di Guido è Dora, la giovane istitutrice che cede sotto il suo charme e la sua poesia leggera. La sposa e cinque anni più tardi cammina con suo figlio sotto lo sguardo di un soldato tedesco e verso un treno coi vagoni di legno. “Dove andiamo?”, domanda il bambino, e La vita e bella scivola nell’imponderabile. Come il destino di Guido, come l’ambizione di Benigni. Dove vanno, Guido non ne ha idea ma, precipitato nell’orrore concentrazionario, non si arrende. La favola volge al nero e Benigni introduce un’idea luminosa sulla quale costruisce la seconda parte del film: il suo eroe, abile a incantare la vita degli altri, inventa per suo figlio il gioco della sopravvivenza. Un gioco in cui i soldati tedeschi, “quelli cattivi, cattivi che urlano forte”, dettano le regole, dove si guadagnano punti a nascondersi, dove si perdono piangendo, dove accumulandone mille si vince un carro armato, uno vero. Chiunque voglia sottrarsi al male non ha altra scelta, per Benigni, che recitare il folle.

max