Hell or High Water

Hell or High Water

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102 min

Jeff Bridges, Chris Pine, Ben Foster, Gil Birmingham.

Rapinare le agenzie della Texas Midlands, solo pezzi piccoli, solo dalle casse, la mattina presto quando non ci sono clienti. Pulire i soldi al Casinò. Pagare i debiti, estinguere l’ipoteca e lasciare il ranch dove ha appena scoperto il petrolio ai suoi due figli, per interrompere una storia di povertà famigliare durata anche troppo. È questo il piano di Toby, per il quale ha bisogno di suo fratello Tanner, da poco in libertà, dopo dieci anni di carcere. Le banche gli hanno preso quel poco che aveva e ora lui deve riprenderselo, possibilmente senza spargere sangue. Due le incognite: Tanner, che è una testa calda, e un Texas ranger a un passo dal pensionamento, che come detective sa il fatto suo meglio di tutti gli altri.
Il britannico David Mackenzie “esce” a sua volta dalla prigione del suo precedente film, “Starred Up”, con la voglia di una scorribanda. Il Texas, con il suo paesaggio geografico e umano rude e sanguigno, spesso sarcastico, gli offre lo sfondo per un western contemporaneo che riassegna i ruoli e per una storia di deserti emotivi e trivellazioni in profondità, al cuore degli affetti.
Le intenzioni sono buone, per quanto non sorprendenti, ma il film tarda a mettersi in moto, si trascina a lungo, indeciso se giocare la carta del thriller o quella del ritratto psicologico o ancora del western lirico e moderno. La colonna sonora parla allora al posto della regia, ma è invadente, chiacchierona: ha poco a che fare tanto con il lessico dei comanchi che con quello dei cowboys.
La sceneggiatura, firmata dall’autore di Sicario, parla di una violenza diversa, ma non meno disumana: quella del capitale, delle sue trappole, delle sue minacce educate ma senza sconti. E parla di uomini: diversi, ma vicini, i due fratelli; in tutto simili, ma lontani, Toby e il Ranger. C’è una linea che li divide, quella della legalità, e nessuna evenienza che uno dei due possa passare dall’altra parte. Chris Pine nei panni del primo e Jeff Bridges in quelli del secondo, trovano due ruoli che calzano loro a pennello, e li vestono al meglio. Mackenzie non li fa incontrare fino al finale, ma li accomuna con lo strumento del montaggio. Quando li mette l’uno di fronte all’altro, armati, dentro la forma a specchio del duello, confeziona un gran finale senza per questo alzare la sordina. Se ciò che lo procede avesse avuto lo stesso stampo, avremmo visto un film migliore.