Demolition – Amare e Vivere

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Demolition – Amare e Vivere

Demolition – Amare e Vivere

demolition

Jake Gyllenhaal, Naomi Watts, Chris Cooper, Judah Lewis, C.J. Wilson, Polly Draper, Malachy Cleary, Debra Monk, Heather Lind, Wass Stevens, Blaire Brooks, Ben Cole, Brendan Dooling, James Colby, Alfredo Narciso.

Il giorno in cui la sua giovane moglie muore tragicamente, mentre è ancora in ospedale, incapace di comprendere a fondo la notizia appena ricevuta, Davis fa per acquistare qualcosa da un distributore automatico di snack ma il meccanismo s’inceppa. Nei giorni successivi, anche Davis s’inceppa, non sa più dire se amava la sua donna, se era soddisfatto della sua vita, non sa più nulla e si sfoga dentro lunghe lettere indirizzate alla responsabile del servizio clienti della società di distributori automatici. Quella persona si chiama Karen Moreno, ha un figlio adolescente che non capisce più, e sembra incapace di porre fine all’ascolto della vita e della crisi di Davis. Tra i due sconosciuti si crea un legame e poi una frequentazione vera e propria, via via più sincera.
Davis mette per iscritto il suo “reclamo” alla vita e al destino per aver operato in modo incongruo, ponendo un imprevisto sulla sua strada, che lo danneggia. Chi ha tolto la vita a sua moglie non ha un nome, ma la ditta delle macchinette degli snack sì, e da qualche parte deve pur cominciare. Se vi sovviene il ricordo dei reclami di Greenberg/Ben Stiller sappiate che si tratta di un punto d’incontro puramente tangenziale, e fuorviante: Jean Marc Vallée non esce dal proprio universo, pur facendo film all’apparenza molto diversi tra loro. Con Demolition torna anzi chiaramente a molti temi di Café de Flore, l’elaborazione della separazione in primis. Qui i toni sono meno arditi, non ci sono percorsi spazio temporali da ricollegare, sogni da interpretare. Davis distrugge per poter ripartire, fa a pezzi l’involucro per raggiungerne il cuore, o il vuoto su cui ricostruire: se, a livello d’immagine, assistere alle mazzate che Jake Gyllenhaal inferisce alla sua cucina deluxe non manca di essere d’impatto, l’architettura mentale è basilare, monolitica; la forza è fisica, la metafora diretta. E di per sé non sarebbe certo un limite, solo che lo diventa, come un vizio: ogni volta il canadese pare non potersi accontentare. Ha già messo un carico da mille, in termini di idee e di emozioni coinvolte, a metà film, quando presenta Chris e sposta il fuoco sul rapporto tra Davis e il ragazzo, mettendosi di fatto a raccontare un’altra storia. Non si avvede che i suoi film si reggono in equilibrio su telai leggeri, li appesantisce oltre misura e quelli cedono.
Come nel suo lavoro più celebrato, Dallas Buyers Club, ma -va riconosciuto- con meno retorica, la lotta contro la normalità è una fase di passaggio, mai un dato di partenza e non certo un punto di approdo.

max